I brani che vengono riportati di seguito sono tratti
dal testo
"Orientamenti
alle equipes dei catechisti per la fase di conversione"
e precisamente nella seconda parte della catechesi sull'EUCARISTIA (da
pag. 315 a pag. 335 bis).
Per comprendere meglio i capoversi citati e le relative
note riportiamo di seguito la "NOTA INTRODUTTIVA" al testo
"UN SEGRETO SVELATO" e, al termine, la nota conclusiva del testo
stesso.
----- ----- -----
ooOoo -----
----- -----
NOTA INTRODUTTIVA
Il Movimento neocatecumenale, sorto in Spagna
nel 1964 ad opera di Kiko Arguello, ha trovato in Italia, come nel resto
del mondo, un'accoglienza di segno opposto: diocesi e parrocchie dove è
accolto come un dono di Dio, altre, invece, dove è considerato un
pericolo per la Chiesa, alla pari dei "Testimoni di Geova".
I favorevoli portano a sostegno della loro
adesione alcune motivazioni come: le foto di Kiko con il Papa e le parole
elogiative del movimento pronunciate da Paolo VI e Giovanni Paolo II, in
occasione di udienze; la diffusione ed accoglienza in numerose parrocchie
del mondo intero; il riavvicinamento alla fede di molti che ne erano
lontani; l'attività missionaria dei loro "itineranti"; i
Seminari sorti ad opera di Kiko e che forniscono alla Chiesa vocazioni
sacerdotali provenienti da tutto il mondo; la lettera del Papa del 30
agosto 1990 a S.E. Mons. Cordes!
Gli oppositori mettono in risalto, invece,
alcuni aspetti negativi come: l'assenza prolungata (che può durare oltre
20 anni) dei neocatecumenali dalla vita della Parrocchia in cui sorgono;
l'instaurazione, in queste, di una struttura che si presenta come
parallela a quella ufficiale della Chiesa; l'emarginazione statutaria dei
Sacerdoti o Parroci aderenti al movimento ridotti a semplici
amministratori dell'Eucaristia e della Penitenza; l'obbedienza che questi
devono ai catechisti del gruppo, ritenuti i veri ed esclusivi distributori
della verità e dei carismi; l'eliminazione di tutti gli altri movimenti
ecclesiali esistenti nelle Parrocchie; la trasformazione inesorabile delle
medesime in una struttura dove ha diritto di vita soltanto il Movimento ed
i suoi aderenti; il sorgere di una liturgia contraria alle disposizioni
date in materia dall'autorità competente della Chiesa; certe confessioni
pubbliche di peccati gravi; l'imposizione di princìpi, che si dicono
derivanti dal Vangelo, che distruggono o separano le famiglie anche sul
piano economico, e specialmente la dottrina da essi professata che in
molti punti è in contrasto con quella insegnata dalla Chiesa.
Un'esperienza diretta della vita del movimento
ha portato a riconoscere, dove più dove meno, l'esistenza dei motivi sia
favorevoli che contrari, più sopra riportati. Ma ciò non era
sufficiente, a nostro parere, per formulare un giudizio più approfondito.
Per questo un gruppo di sacerdoti e di laici, è riuscito ad arrivare,
dopo anni di ricerca, a ciò che è considerato la fonte, la base
dottrinale del movimento: il testo, cioè, che raccoglie la conversazioni
avute da Kiko e Carmen, ai catechisti di Madrid nel 1972 e edito nel 1982
in Italia. Questo testo è considerato, a testimonianza degli stessi
catechisti, il principale ed ufficiale documento che serve per la
formazione degli aderenti al movimento neocatecumenale.
L'esame accurato di questo documento, che
risulta custodito con la massima segretezza, e che viene fatto conoscere
per intero solo a pochissime persone mentre è nascosto alla quasi
totalità dei Vescovi e dei sacerdoti, ha permesso di concludere che il
comportamento dei neocatecumenali e quanto essi dicevano o facevano nelle
varie comunità, non era il frutto delle esagerazioni di qualche soggetto
non sufficientemente catechizzato, ma proveniva dai princìpi contenuti
nel testo stesso che, dopo una lunga e martellante catechesi, diventavano
convinzioni profonde tanto da determinare le scelte e la vita di tutti gli
aderenti.
L'esame inoltre ha rivelato che, al di là di
pagine valide e certamente gradite, vi sono insegnamenti che, sul piano
dogmatico, sono molto difformi e talvolta completamente in opposizione
all'insegnamento della fede cattolica, impartito dalla Chiesa.
Dopo questa scoperta, i ricercatori hanno inteso
come preciso dovere di cristiani e di sacerdoti pubblicare i risultati
della loro fatica a vantaggio degli stessi fratelli neocatecumenali, tra i
quali essi annoverano tanti amici e fratelli di fede. Nel frattempo
facevano presente ai Vescovi italiani ed ai più alti organi della Chiesa,
le loro perplessità.
Dopo tanti anni di attesa e richieste di
interventi e chiarificazioni rimaste sempre senza riscontro, mentre
auspicano dalla Chiesa una risposta che sarà accolta con gratitudine e
docilità, è sembrato doveroso rivolgere a quanti, dentro e fuori il
Movimento, desiderano conoscere la verità, il presente lavoro.
In questo riporteremo i punti principali del
testo dattiloscritto delle conferenze di Kiko e di Carmen dal titolo:
"orientamenti alle equipes di catechisti per la fase di conversione.
Appunti presi dai nastri degli incontri avuti da Kiko e Carmen per
orientare le èquipes di catechisti di Madrid nel febbraio del 1972. La
pubblicazione è stata curata dal Centro Neocatecumenale "Servo di
Jahvé" in San Salvatore, Piazza San Salvatore in Campo - 00186 Roma
- Tel.: 6541589 - Marzo 1982", accompagnandoli da un nostro commento.
I fautori del movimento che inizialmente avevano
negato l'esistenza di questo testo, non potendo più persistere nella
negazione di ciò che moltissimi ormai conoscevano, ci hanno accusato di
fare "estrapolazioni" non corrispondenti al vero pensiero degli
autori. Oltre tutto, essi affermavano, quel testo è frutto di una
raccolta delle catechesi fatta da alcuni membri del movimento. Sono
perciò un semplice "canovaccio, una traccia", non i testi
originali di Kiko.
La nostra pubblicazione ha lo scopo di rompere
la convinzione, radicatissima tra gli aderenti al "movimento",
della "sacralità, impeccabilità e intangibilità" di questo
testo, mostrando loro come, sotto l’apparenza di frasi semplici e
grondanti entusiasmo, si nascondano errori contro la fede della Chiesa. Di
questi errori e della loro confutazione, si fanno soltanto dei brevi
cenni, rimandando, per una trattazione più completa, ai testi specifici.
Si dice che il testo di Kiko riporta soltanto alcune idee delle sue
catechesi.
A parte che anche i titoli delle 95 tesi affisse
nel 1517 da Lutero alla porta della Cattedrale di Wittemberg erano
semplici proposizioni, da cui però incominciò lo scisma protestante, il
fatto che questo "canovaccio" costituisce ancora la base delle
catechesi impartite in tutte le comunità, ci ha indotto a ritenere che le
idee contenute nel testo corrispondevano in pieno al pensiero degli
autori.
Né Kiko né Carmen hanno mai smentito quanto
veniva loro attribuito.
A conferma del rispetto che i N.C. hanno verso
le catechesi di Kiko, si può addurre quanto ci hanno detto alcuni
dirigenti del movimento: "I testi di Kiko non si toccano".
Con questo lavoro vogliamo finalmente rompere il muro
di mitica segretezza costruito intorno alle catechesi kikiane.
Non c'è alcuna animosità all'origine del
nostro impegno. Siamo stati mossi da una esigenza di chiarezza su quanto
riguarda la fede cattolica che professiamo ed amiamo, come pure dalle
richieste di tanti fedeli desiderosi di sapere se la fede che avevano
ricevuto dalla Chiesa, doveva essere abbandonata per adeguarla a quella
impartita in questo testo. Con ciò non intendiamo affermare che tutta la
catechesi di Kiko sia da rifiutare. Dopo un esame lungo, attento e sereno
riteniamo che, pur essendovi delle catechesi valide, vivaci, attraenti,
tuttavia in molti punti esse non corrispondono all'insegnamento della
Chiesa. Su questi punti negativi si è soffermata la nostra analisi.
L’ultimo discorso tenuto dal Santo Padre
Giovanni Paolo II il 24 gennaio 1997 agli aderenti alle comunità
neocatecumenali indica che anche la più alta autorità della Chiesa segue
con particolare vigilanza il Movimento. In attesa che venga completata la
stesura di uno Statuto - condizione indispensabile per ottenere, come
promette il Santo Padre, il formale riconoscimento giuridico da parte
della Chiesa - questo nostro modesto ed umile lavoro intende porgere,
senza alcuna presunzione, un aiuto a quanti, dentro e fuori il Cammino,
lavoreranno a questo scopo.
A pagina 364 del suo testo, Kiko scrive:
"Dì la verità al tuo fratello perché lo ami e non perché lo
odi". Con questo spirito è stato scritto e deve essere letto il
presente lavoro.
L'AUTORE
----- ----- -----
ooOoo -----
----- -----
Seconda parte della catechesi sull'EUCARISTIA (da pag.
315 a pag. 335 bis). Per chi è interessato a leggere tutto il testo può
consultarlo nella sezione "Testi riservati del Movimento
Neocatecumenale" (oppure clicca sul testo che segue per
accedere al documento - Euc_2da).
"Immaginate quello che fu nella Chiesa primitiva
l'Eucaristia, questa manifestazione di Cristo risorto, questo Spirito
manifestato agli uomini e comunicato che li fa partecipare dell'opera di
Gesù Cristo risuscitato dai morti. Immaginate quello che fu l'esplosione
delle prime comunità cristiane nell'Eucarestia."
Nota: Il C.C.C. (n° 1323) ci ricorda che Gesù
nell'ultima cena ha istituito il sacrificio eucaristico del suo Corpo e
del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il
"sacrificio della croce", e per affidare così alla Chiesa il
memoriale della sua morte e resurrezione''. Per la Carmen l'Eucarestia è
solo "la manifestazione di Cristo Risorto"!
"Quello che voglio spiegare ora a volo d'uccello
è come la Chiesa primitiva vive l'Eucaristia e come nel corso dei secoli
è stata spezzettata e ricoperta, rivestita fino al punto che noi non
vedevamo nella nostra messa da nessuna parte la resurrezione di Gesù
Cristo."
Nota: Ritornano insistenti le affermazioni per le
quali, secondo i N.C., la Messa è memoriale solo della Resurrezione di
Cristo mentre, secondo la dottrina cattolica, essa è memoriale di tutto
il Mistero Pasquale, che comprende Passione, Morte e Resurrezione del
Signore.
"... per i cristiani il sacramento autentico
istituito ed inaugurato da Gesù Cristo come suo memoriale è la notte
pasquale e come prolungamento e partecipazione di questa notte: la
domenica."
Nota: Il C.C.C. al n° 1323 ricorda che Gesù istituì
il sacrificio eucaristico "la notte in cui veniva tradito". L’espressione
è chiarissima: essa non dice che "anche la notte (come qui si
afferma) è diventata il sacramento autentico istituito e inaugurato da
Gesù Cristo, ma indica soltanto che questa istituzione avvenne in una
certa notte.
È solo una specificazione di tempo! Ma la Carmen e
Kiko queste cose non le comprendono!
Kiko sembra profondamente condizionato dal momento
storico in cui l’Eucaristia è stata istituita da Gesù: "la notte
in cui fu tradito". Tanto da far entrare la "notte" nell’elemento
costitutivo del Sacramento. Ma la Chiesa apostolica non si è mai intesa
vincolata a celebrare l’Eucaristia di notte, pena la sua invalidità.
" ... Non si concepisce in alcun modo un rito
individuale. Gli ebrei non possono far Pasqua se non sono almeno in 11
come gruppo familiare. Perché il sacramento non è solo il pane e il vino
ma anche l'assemblea; la Chiesa intera che proclama l'eucaristia. Non ci
può essere eucaristia senza l'assemblea che la proclama. ... "
" Non c'è Eucaristia senza
assemblea. E' un'assemblea intera quella che celebra la festa e
l'Eucaristia; perché l'Eucaristia è l'esultazione dell'assemblea umana
in comunione; perché il luogo preciso in cui si manifesta che Dio ha
agito è in questa Chiesa creata, in questa comunione. E' da questa
assemblea che sgorga l'Eucaristia."
Nota: Un altro condizionamento nel valore del
Sacramento dell’Eucaristia, Kiko lo vede nella presenza dell’assemblea.
Se per il valore del Sacramento fosse indispensabile la presenza dell’assemblea,
si potrebbe incominciare a chiedere a Kiko: qual è il numero di persone
necessario perché essa venga costituita? Di più o di meno del numero
fissato dei partecipanti alla pasqua ebraica?
Dagli Atti sappiamo che le comunità cristiane
inizialmente erano composte da pochissime persone. Eppure anche fra di
loro, senza che il numero costituisse il problema, veniva celebrata l’Eucaristia
(C.C.C. n° 1342 e 1343).
Gli autori di questa catechesi sembra non conoscono non
solo la teologia sacramentaria, ma neppure gli altri documenti in cui l’argomento
Eucaristia-Sacramento viene trattata dal magistero della Chiesa.
Ora, secondo i Teologi (cfr. C.C.C. n° 1337, 1340,
1341, 1363 e 1364) la Messa non è altro che "il Sacramento del
Sacrificio cruento della croce".
Quello che nella Messa si ripete (1362) non riguarda il
sacrificio in sé, ma solo la sua "celebrazione liturgica" o
"il rito", il fatto esterno, liturgico, cultuale in cui la
validità non dipende dal tempo e dall’ora in cui è celebrato, ma dalla
presenza degli elementi costitutivi del Sacramento: materia, forma e
ministro.
I fedeli hanno il dovere di partecipazione all’azione
liturgica (cfr. C.C.C. n° 1368 e 1369) durante la quale partecipano alla
Passione espiatrice-redentrice con la Chiesa e in essa e per essa si
uniscono alla perenne celebrazione di Cristo Capo (Zoffoli, l.c.).
Questa partecipazione non comporta nei
"laici" l’esercizio del Sacerdozio ministeriale, ma solo di
quello comune ad ogni battezzato come membro del Corpo mistico di Cristo;
mentre i laici si rivolgono a Dio per mezzo della mediazione del Capo del
Corpo mistico, i "chierici" (Vescovo - presbiteri) essendo
partecipi della medesima dignità del Capo, accedono a Lui immediatamente,
come il Cristo che essi rappresentano (Vat. II, L.G. 10; C.C.C. n° 1348,
1368 e 1369).
La Messa è dunque valida anche se celebrata senza l’assistenza
dei fedeli (C.C.C. n° 1369, 1410 e 1411).
È assolutamente certo, contro le aberrazioni
protestanti del neo-modernismo, pre e post conciliare, fondate
pretestuosamente sull’indole pubblica, sociale del Sacrificio
Eucaristico. Questo è celebrato da Cristo, unico vero mediatore presso il
Padre, che, avendo istituito la liturgia sacrificale e il sacerdozio
gerarchico, si serve dei ministeri del culto operanti per sua virtù e per
suo nome; perché tutti possano godere i frutti della Passione redentrice.
Il Sacerdote, dunque, non celebra in nome del popolo
quasi che questo gliene conferisca il potere; che, al contrario, gli è
comunicato direttamente dal Cristo per cui solo rappresentando il Cristo,
rappresenta anche il popolo; vale a dire, solo svolgendo le funzioni del
Capo, soddisfa alle esigenze delle sue membra.
Perciò il ministro, impersonando il Mediatore
universale, non celebra mai una messa privata e, peggio, non valida.
Lo afferma chiaramente Pio XII nella Mediator Dei:
"Ogni volta che il Sacerdote ripete ciò che fece il Divin Redentore
nell’ultima cena, il sacrificio è realmente consumato, ed esso ha
sempre e dovunque, necessariamente per la sua intrinseca natura, una
funzione pubblica e sociale in quanto l’offerente agisce a nome di
Cristo e dei cristiani dei quali il Divin Redentore è Capo, e l’offre a
Dio per la Santa Chiesa Cattolica e per i vivi e i defunti.
E ciò si verifica certamente sia che vi assistono i
fedeli ... sia che non vi assistano, non essendo in nessun modo richiesto
che il popolo ratifichi ciò che fa il Suo ministro" (iv. n° 79).
A questi insegnamenti corrispondono le norme del C.J.C.
che nel canone 902 afferma che i sacerdoti possono celebrare la S. Messa
in modo individuale. E più chiaramente nel canone 904 recita:
"memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata
ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino
frequentemente; anzi se ne raccomanda caldamente la celebrazione
quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei
fedeli, è sempre un atto di Cristo e della Chiesa, nel quale i sacerdoti
adempiono il loro principale compito".
Questa norma rimane valida, anche se, per motivi
pastorali, il C.J.C. al canone 906 dice: "Il Sacerdote non celebri (=
esortativo!) il sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno
qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa".
Il Vat. II, nella P.O. n° 13, ripete le stesse cose..:
"Nella loro qualità di ministri delle cose sacre e soprattutto nel
Sacrificio della Messa, i Presbiteri agiscono in modo speciale a nome di
Cristo".
La celebrazione quotidiana (della Messa) viene
raccomandata perché "è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa
anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli".
Lo stesso insegnamento aveva dato il Papa Paolo VI nell’enciclica
"Misterium Fidei" del 3 settembre 1964: "Giacché ogni
Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia
cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio
che offre, ha imparato ad offrire se medesima come sacrificio universale,
applicando per la salute del mondo intero l’unica e infinita virtù
redentrice del Sacrificio della Croce" (Cfr. A.A.S. 57,1965 pag. 761
e 762; inoltre: Vat. II, De Sacra Liturgia, 4-12-1963, n° 26, 27; A.A.S.
56,1964 pag. 107; C.C.C. n° 1548, 1552, 1553 e 1566).
"La necessità della presenza dei fedeli per
celebrare l’Eucaristia si fonda sulla teoria della transignificazione e
della transfinalizzazione per la quale tutta la comunità partecipa alla
creazione del senso nuovo che il pane e il vino assumono nell’Eucaristia
(cfr. F. Xavier Durrwell, L’Eucaristia, pag. 20 seg.). Secondo i seguaci
di questa teoria (e Kiko sembra essere uno di questi) la presenza dei
fedeli diventa necessaria perché i gesti d’amore (il dono del pane e
del vino come segno dell’amore assoluto di Cristo per noi) realizzano la
presenza soltanto quando il dono e l’accoglienza sono reciproci. Per
questo è necessaria la cooperazione di tutti.
Ma in questa teoria non si ammette il realismo della
presenza perché il pane e il vino sono trasformati soltanto nell’intenzione
del donatore e di colui che riceve il dono: il pane e il vino restano in
sé immutati.
Questa spiegazione ignora, perciò, anche l’escatologia.
Sembra essere un nuovo docetismo, che nega la verità dell’Incarnazione.
Si va così contro la fede della Chiesa che ammette la
presenza reale di Gesù nell’Eucaristia (C.C.C. n° 1373, 1374, 1375,
1376 e 1377).
Pag. 318 (2° capoverso)
Nota: Citando, a suo modo Giustino, Kiko conclude che
l'omelia del Sacerdote non deve avere carattere esortativo, o morale, ma
ecc.
Il testo
originale di Giustino dice invece:
"E
finché il tempo lo permette si leggono le memorie degli Apostoli, oppure
gli scritti dei Profeti; poi, quando il lettore ha cessato, chi presiede
parla ammonendo ed esortando ad imitare sì begli esempi".
Non è
quindi esatta la citazione di Kiko. Anche Giustino dice che, fin d'allora,
l'omelia aveva un carattere esortativo e morale!
Pag. 319 (5° e 6° capoverso)
Nota: Questa è la concezione ebraica della Pasqua. La
Comunione del cristiano al pane e al vino consacrato, è una comunione
alla Passione e Morte di Cristo.
Infatti Gesù con la parola "Corpo" e con
l'altra "Sangue" intendeva donarci non una componente del suo
essere umano (come noi pensiamo secondo la cultura greca che abbiamo
ereditato), ma quello che queste due parole significavano nel linguaggio
biblico, e cioè, tutto il suo essere, in quanto vive la sua vita nel
corpo; cioè tutta la sua vita.
A questa aggiunge la parola: "Sangue" che
indica, nella Bibbia, l'evento della morte, perché il versamento del
sangue è il segno plastico della morte.
Quindi l'Eucaristia è il mistero di Gesù che dona a
noi la sua vita nel momento in cui la offre al Padre per la Sua gloria e
per la salvezza del mondo. I fedeli che, secondo il suo comando, mangiano
il pane e bevono il Sangue comunicano perciò (1Cor 10,5) al mistero del
suo sacrificio redentore. Per ottenere questa comunione, non è
assolutamente necessario ricevere entrambe le specie, poiché ognuna di
esse è tutto intero il Signore Gesù; anche se due specie, come segni,
hanno un significato più evidente.
La Chiesa ha sempre creduto così!
Ciò è dimostrato dalla prassi orientale di dare ai
neonati battezzati l'Eucaristia sotto la specie del vino: come pure
dell'uso della comunione sotto le sole specie del pane, che inizia nel
secolo XII. Il Concilio di Trento (sess. XXI) dichiarerà che la Comunione
sotto le due specie "non è di diritto divino per coloro che non
celebrano la S. Messa". Anche se il Vat. II concederà più spazio
alla Comunione sotto le due specie, il principio dottrinale, fissato da
Trento, resta valido: con la Comunione ad una sola specie si riceve Gesù
nella totalità del suo mistero pasquale.
La Chiesa disponendo così, ha interpretato
autenticamente il pensiero di Cristo.
San Pietro (contrariamente a quanto Kiko afferma a pag.
329) oggi non si meraviglierebbe affatto della disposizione di un suo
successore, investito della sua stessa autorità e guidato dal suo stesso
Spirito. Ogni spiegazione della parola di Dio per essere valida, non deve
dimenticare questi principi.
" ... Questa resurrezione è quella che ha creato
tra gli uomini uno Spirito nuovo vivente, uno Spirito vivificante che ha
fatto nascere la Chiesa ..."
Nota: La resurrezione di Cristo, non ha creato, ma ha
comunicato agli uomini, ormai uniti per sempre a Cristo nella fede e
nell'amore, il Suo stesso Spirito che ci fa figli di Dio e fratelli fra
noi.
"Si costruiscono basiliche enormi con le quali
entrano nella liturgia elementi di fasto e solennità. Da questo momento
la luce potente della Chiesa Primitiva si ricopre e si offusca caricandosi
di elementi di fasto."
Nota: Ma anche prima della pace Costantiniana
esistevano le basiliche (= le sale regie) che risalgono alla fine del II
secolo e sono il nucleo di tante attuali basiliche romane. Il fasto che
entra nella Chiesa è anche segno di fede nella trascendenza di Dio. Fede
che ha ricercato in tutti i tempi di onorare Dio meglio che fosse
possibile. E quello non era trionfalismo, bensì, mezzo per esprimere la
bellezza di Dio, la gioia della fede, la vittoria della verità
sull'errore; un modo per onorare, senza tirchieria, il loro Signore e
Dio" (Ratzinger R.F. pag. 135).
Nota: L'offertorio non è qualcosa che deriva dai
pagani!
L'idea di offerta non è estranea nelle descrizioni che
fa San Giustino, anche se non si parla di offerta di fedeli.
Il primo a parlare di offerta del pane e del vino da
parte dei fedeli è S. Ireneo (135 - 200), come segno di gratitudine dei
fedeli verso Dio creatore. Così ne parlano Tertulliano (160 - 220), S.
Cipriano (+258): Il rito dura a lungo a Roma (fino al secolo XI).
La moltiplicazione delle messe private e l'uso
esclusivo del pane azzimo, ne affrettano la decadenza all'epoca
carolingia.
Oggi la Chiesa rimette in onore le processioni
offertoriali. Non è però da dimenticare che il vero offertorio è quello
compiuto da Cristo nella Consacrazione, in cui offre il suo Corpo ed il
suo Sangue.
Il nostro offertorio ha un valore simbolico, se
anticipa la vera offerta che verrà fatta dopo; se diventa un simbolo
della nostra vita che vogliamo offrire a Dio, unendola a quella di Gesù
al Padre.
"Al principio perlomeno le offerte si lasciavano
alla porta dei templi; poi però, dato che questo fatto delle offerte
andava bene, ..."
"E' chiaro che questo
offrire a Dio non è affatto una cosa cattiva. Tu puoi offrire a Dio
quello che vuoi, ma l'Eucaristia è una cosa ben diversa, nettamente
distinta da tutto ciò. Nell'Eucaristia tu non offri nulla: è Dio
assolutamente presente quello che dà la cosa più grande e cioè la
vittoria di Gesù Cristo sulla morte."
Nota: Il giudizio per cui le offerte fatte nella Messa
sono una reviviscenza pagana è falso.
Se la causa che ha originato le offerte nella Messa
fosse quella a cui accenna Kiko con l'inciso ironico: "poiché il
fatto delle offerte andava bene", che dire allora dell'uso
ripristinato dalla riforma liturgica, che specie nelle Messe papali, vede
una lunga processione che reca all'altare doni di ogni genere? È forse
anche questa un'idea pagana da condannare?
Avvertita la "gaffe" si cerca di rimediare.
Ma anche qui si ricade nelle consuete contraddizioni: il giudizio negativo
prima espresso, è modificato dal nuovo "in fondo questo offrire a
Dio non era cosa cattiva"! Se la liturgia allora si è veramente
riempita di idee pagane possiamo domandare: "c'era allora nella
Chiesa l'assistenza dello Spirito Santo?".
"La liturgia è solennissima: canti grandiosi e
musica. ..."
"Ma soprattutto questa massa
di gente pagana, vede, in fondo, la liturgia cristiana con i suoi occhi
religiosi: l'idea del sacrificio. C'è un completo retrocedere all'antico
testamento che era stato superato dallo stesso Israele. ..."
"Perciò quando poi nel
medio evo si mettono a discutere del sacrificio, in fondo discutono di
cose che non esistevano nell'Eucaristia primitiva. ... L'Eucaristia è
sacrificio di lode, una lode completa di comunicazione con Dio attraverso
la Pasqua del Signore. Ma in questa epoca l'idea del sacrificio non è
intesa così ma nel senso pagano. Ciò che essi vedono nella messa è che
qualcuno si sacrifica, cioè il Cristo. Nell'Eucaristia vedono soltanto il
sacrificio della croce di Gesù Cristo. E se oggi chiedeste alla gente
qualcosa a questo proposito, vi direbbe che nella messa vede il
calvario."
A questo punto, prima di una nostra nota, premettiamo
un giudizio del Card. Ratzinger (Messori, Rapporto sulla fede, Pag. 134)
su certe accuse di trionfalismo, che qui riaffiorano nelle parole di
Carmen: "Non è affatto trionfalismo la solennità del culto con cui
la Chiesa esprime la bellezza di Dio, la gioia della fede, la vittoria
della verità e della luce sull’errore e sulle tenebre. La ricchezza
liturgica non è ricchezza di una qualche casta sacerdotale; è ricchezza
di tutti, anche dei poveri, che infatti la desiderano e non se ne
scandalizzano affatto.
Tutta la storia della pietà popolare mostra che anche
i più miseri sono sempre stati disposti istintivamente e spontaneamente a
privarsi persino del necessario pur di rendere onore con la bellezza,
senza alcuna tirchieria al loro Signore e Dio".
C'è in questa pagina una tra le espressioni più
negative del testo. L'idea del sacrificio - sostiene Carmen - è stata
introdotta nella Chiesa sotto la pressione delle idee pagane poiché non
esisteva nella Chiesa primitiva.
La dottrina della Chiesa sulla S. Messa come vero e
proprio sacrificio, è antica come la Chiesa. I teologi sono concordi
nell'affermare che già il solo fatto che Gesù abbia reso presente il suo
Corpo ed il suo Sangue sotto specie separate, indica il carattere
sacrificale della Messa.
Questo carattere è ancor meglio evidenziato dalle
parole di Gesù: "questo è il Corpo dato... e il Sangue sparso per
voi" che sono termini biblici indicanti l'offerta di un vero
sacrificio.
Inoltre Gesù dice che il Suo Sangue è quello
dell'alleanza nuova ed eterna che come l'antica è conclusa con l'offerta
di un sacrificio cruento (cfr. Es 24,8; Eb 13,10; 1Cor 10,15-21).
La Chiesa ha visto sempre nell'Eucaristia un vero e
proprio sacrificio (vedi Didachè c. 14 - Clemente Romano, Ignazio di
Antiochia, Giustino, Tertulliano, Cipriano, Ambrogio, Agostino ecc. ecc.).
Anche tutte le liturgie antiche attestano il carattere
sacrificale della Messa.
Furono i Protestanti, preceduti da Wicleff, a negare il
carattere sacrificale della Messa. Secondo Harnach e Wieland la Chiesa dei
primi due secoli avrebbe conosciuto solo un sacrificio soggettivo e
spirituale di lode, di adorazione e di ringraziamento. Il testo così come
suona ripete le eresie appena ricordate!
"L'Eucaristia è Pasqua, passaggio dalla morte
alla risurrezione... L'Eucaristia è sacrificio di lode, una lode completa
di comunicazione con Dio attraverso la Pasqua del Signore. Ma in questa
epoca l'idea di sacrificio non è intesa così, ma nel senso
pagano..." (dice Carmen).
Se l'affermazione di cui sopra (fine del quarto
capoverso), fosse vera, avremmo avuto un periodo, nella storia della
Chiesa, in cui questa ha sbagliato nel ritenere la Messa un sacrificio e,
cosa ancora peggiore, come un sacrificio pagano. Sarebbe mancata perciò
una caratteristica fondamentale della Chiesa: la sua infallibilità.
Questa è pura eresia!
Ci scusiamo dell’insistenza avendo già dimostrato la
falsità di queste affermazioni. A proposito dell'Eucaristia-sacrificio
facciamo notare che, se l'Eucaristia (che è il "memoriale",
cioè l'attualizzazione, del mistero Pasquale di Cristo, = mistero di
morte e resurrezione) non è un vero sacrificio, ne consegue che anche il
fatto che è attualizzato da questo rito (la morte in Croce di Cristo) non
è un vero sacrificio.
Ma con questa affermazione si nega completamente non
solo il valore redentivo della morte di Cristo, ma altresì il valore
sacramentale dell'Eucaristia.
Secondo la teoria di Kiko l'Eucaristia diventa "il
memoriale" di un rito qualsiasi, e non di un rito sacrificale,
redentore (quello della morte in Croce di Cristo). Gesù, istituendo
l'Eucaristia, (come già ricordato) dice chiaramente che essa è "il
memoriale" "del suo Corpo dato e del suo Sangue versato per la
remissione dei peccati". Cioè, è "memoriale" di un atto
sacrificale, nel quale Egli dà la sua vita per la salvezza degli uomini.
Ne consegue quello già detto: com'è un vero
sacrificio la sua morte, così è vero sacrificio il "memoriale"
di essa.
Questa è la dottrina che la Chiesa ha sempre
insegnato, come verità rivelata, negando la quale non si è più nella
Chiesa.
Kiko e Carmen sembrano negare completamente questa
dottrina, nascondendo questa eresia, che poi e' la stessa di Lutero, sotto
una valanga di parole, di espressioni roboanti, capaci forse di colpire
orecchie di principianti, ma non l'intelligenza di chi conosce più a
fondo l'insegnamento della Chiesa.
Da queste premesse dottrinali, diffuse insistentemente
tra gli aderenti al movimento, sono originati altre convinzioni ed
atteggiamenti che non sono conformi né alla dottrina cattolica né alla
prassi comune dei fedeli, come per esempio l'assenza quasi assoluta dei
N.C. a qualsiasi pratica in onore della Santissima Eucaristia al di fuori
della S. Messa.
"Se abbiamo trovato gente che non vive la Pasqua,
né la capisce, adesso ci troviamo di fronte al fatto che comincia a non
capirsi neanche il latino.... Allora la gente deve immaginare le
cose."
Nota: Il fatto che il popolo pian piano non abbia
capito il latino della liturgia, non significa che non abbia creduto al
Mistero al quale partecipava.
Non è la conoscenza della lingua che rende più
comprensibile il mistero. Esso resta sempre. Al mistero ci si avvicina con
la fede e con l'amore.
I grandi quadri, i mosaici, che compaiono nelle Chiese,
costituirono per il popolo, in gran parte analfabeta, la Bibbia viva, la
Parola di Dio che essi contemplavano con gli occhi estasiati ed amavano
con il cuore semplice. Kiko, con il suo accenno, vuol forse condannare
quell'arte ancora oggi tanto ammirata; piena di fede, di bellezza, di
poesia, per esaltare una certa arte moderna spesso fatta di sgorbi o di
macchie di colori?
"In quell'epoca ... si giunge ad una superstizione
completa ..."
Nota: Anche in questa pagina abbondano, come di
consueto, affermazioni contraddittorie.
Prima si afferma che, nel passato, non si capiva più
niente dell'Eucaristia; che si era perso il senso dell'assemblea; che la
messa era diventata un rito penitenziale ecc.. Adesso, si dice che la
Chiesa "manteneva il nucleo essenziale dell'Eucaristia". Abbiamo
più volte fatto notare questo dire e disdire, che rivela una tattica:
demolire, screditandola, la Chiesa prima del Vaticano II, nel tentativo di
provare, o convincere, che quella che essi (N.C.) presentano è la vera
Chiesa.
Questa convinzione è fortemente radicata nei laici e
nei presbiteri del movimento che affermano con molta ... chiarezza ed
umiltà (!): "noi siamo la vera Chiesa! Noi siamo i veri preti di
questo post-Concilio!".
Scrivere ed insegnare queste cose, significa affermare
che "in quelle epoche", il Magistero infallibile della Chiesa
non esisteva più. Questo è eresia!
"Con Papa Pio V ci fu un tentativo di riforma nel
Concilio Laterano..."
Nota: Abbiamo già notato come gli autori del testo,
per i loro fini, sono pronti a travisare e alterare Parola di Dio, storia,
teologia, filosofia ecc. ecc.
San Pio V (1566 - 1572) lavorò molto per la riforma
della Chiesa, in attuazione dei decreti del Concilio di Trento, ma non
radunò, come qui si afferma, nessun Concilio al Laterano.
"... la liturgia è in continuo
rinnovamento."
Nota: C'è qui un'altra dimostrazione delle
contraddizioni del testo. Prima ci si scaglia contro le innovazioni
introdotte nel corso dei secoli, affermando che venivano da concetti
pagani o da altri ... interessi. Qui si riconosce il diritto ad un
rinnovamento, perché la liturgia è vita.
Ma dopo aver negato questo diritto alla Chiesa del
passato, e successivamente averlo riconosciuto, i neocatecumenali
dovrebbero conoscere quanto stabilisce il Vaticano II (S.C. n° 22,1-2-3):
"regolare la Sacra Liturgia compete unicamente all'autorità della
Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del Diritto, nel
Vescovo"....Di conseguenza nessun altro, assolutamente, anche se
Sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché
in materia liturgica.
Queste norme non esistono per i N.C. che celebrano
l'Eucaristia come piace a loro.
"La liturgia non è un show, uno spettacolo che
abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive
di sorprese "simpatiche", di trovate "accattivanti",
ma di ripetizioni solenni. Non deve esprimere l’attualità e il suo
effimero, ma il mistero del Sacro. Molti hanno pensato e detto che la
liturgia debba essere "fatta" da tutta la comunità, per essere
davvero sua. È una visione che ha condotto a misurare il
"successo" in termini di efficienza spettacolorae, di
intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il
"proprium" liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma
dal fatto che qui accade qualcosa che tutti noi insieme non possiamo
proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la
Chiesa tutta intera può conferirsi; ciò che vi si manifesta è l’assolutamente
Altro che, attraverso la comunità (che non è dunque padrona ma serva,
mero strumento) giunge fino a noi (Card. Ratzinger in Messori, Rapporto
sulla fede, pag. 130).
"Per il cattolico, la liturgia è la Patria
comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve
essere "predeterminata", "imperturbabile" perché
attraverso il rito si manifesta la Santità di Dio. Invece, la rivolta
contro quella che è stata chiamata "la vecchia rigidità
rubricistica", accusata di togliere "creatività", ha
coinvolto anche la liturgia nel vortice del "fai-da-te",
banalizzandola perché l’ha usa conforme alla nostra mediocre
misura." (Messori, Rapporto sulla fede, pag. 130-131).
"...Il sacramento parla più dei ragionamenti. Ma
a quel tempo poiché non si capisce ciò che è il sacramento, si cerca di
dare spiegazioni filosofiche del mistero. E così cominciano i dibattiti
su: "Come è presente?" Lutero non negò mai la presenza reale,
negò solo la parolina "transustanziazione" che è una parola
filosofica che vuol spiegare il mistero"
Nota: Il valore e l'efficacia del Sacramento, come già
detto, non dipende dalla valorizzazione del segno. Esso agisce per forza
propria: ex opere operato (come si esprime la teologia). Cfr. note per la
pagina 326.
Le spiegazioni filosofiche non vogliono spiegare il
mistero: sono tentativi legittimi per rendere l'atto di fede
"obsequium rationabile". Cercare, cioè, di eliminare
l'apparente contrasto tra la fede e la ragione.
Lutero non ha potuto negare la presenza reale,
limitandola però al momento dell'uso, cioè alla Comunione, ammettendo
anche una coesistenza del Corpo e Sangue di Cristo, con la sostanza del
pane e del vino. Per i Protestanti i Sacramenti sono soltanto pegni della
promessa divina della remissione dei peccati, e mezzi per risvegliare e
fortificare la fede fiduciale che sola giustifica.
Quindi non mezzi di grazia (come insegna la Chiesa), ma
di fede, e contrassegni di questa. Dottrina condannata però dal Concilio
di Trento. A riguardo della parola "transustanziazione", che
secondo Kiko è una parola filosofica che vuol spiegare il mistero, il
C.C.C. n° al numero 1376 dice: "Il Concilio di Trento riassume la
fede cattolica dichiarando... che con la consacrazione del pane e del vino
si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del
Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella
sostanza del suo Sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e
appropriato è chiamata dalla santa Chiesa cattolica
"transustanziazione" ". Ma Kiko, che dice di accettare la
dottrina del Vat II, continua a rifiutare questa parola.
" ...Ma la cosa importante non sta nella presenza
di Gesù Cristo (nell'Eucarestia). Ossia, la presenza fisica nel mondo ha
uno scopo che è il resuscitare dalla morte. Questa è la cosa importante.
La presenza è un mezzo per il fine, che è la Sua opera: il mistero di
Pasqua. La presenza è in funzione dell'Eucarestia, della Pasqua...".
Nota: La Carmen afferma che la presenza di Gesù Cristo
nell'Eucaristia, non è la cosa più importante... perché la presenza
fisica nel mondo ha uno scopo che è il resuscitare dalla morte. Ma
"Gesù si è incarnato per cancellare il peccato e riconciliare gli
uomini con Dio per mezzo del suo Sacrificio di croce (Eb 10,15)".
Questo disegno di Dio comportava da parte di Cristo l'immolazione reale
del suo Corpo sulla croce alla quale, come suggello dell'accettazione da
parte del Padre, sarebbe seguita la sua resurrezione. Poiché la Messa è
il "memoriale" del Sacrificio Pasquale di Cristo, è
ripresentazione della sua Passione, morte e resurrezione. Se
nell'Eucarestia non ci fosse il suo Corpo, cioè la presenza reale di
Gesù, non ci sarebbe neppure il memoriale del suo Mistero pasquale.
L'Eucaristia, se non fosse presenza di Cristo, non sarebbe né sacrificio,
né memoriale. Quindi non sarebbe neppure Sacramento, ma una semplice cena
commemorativa.
"... Il memoriale che Egli lascia è il Suo
Spirito resuscitato dalla morte, ..."
Nota: La frase è composta di parole senza senso.
Perciò chiediamo alla Carmen: "Gesù è presente nell'Eucaristia con
il suo solo Spirito risuscitato dalla morte" o con la realtà del suo
Corpo?
Nel primo caso si nega la Risurrezione di Cristo nel
suo vero Corpo.
Nel secondo l’espressione è teologicamente
sbagliata.
"E' quando non si capisce più ormai questa
presenza della Pasqua, di questo sacramento che si vuole spiegare
filosoficamente, che si cominciano i dibattiti su come è presente, con
gli occhi o senza gli occhi, fisicamente ecc. Tutte queste spiegazioni
partono da un punto falso, consistente nel voler spiegare razionalmente
qualcosa di diverso."
Nota: La spiegazione che la teologia
"razionale" ha cercato di dare al mistero eucaristico, non ha
mai preteso - come afferma Carmen - di offrire una spiegazione filosofica,
valida razionalmente, dell'oggetto di fede, ma mostrare che tra l'atto di
fede ed i postulati della ragione, non c'era opposizione. La teologia, non
spiega con la ragione, i sacramenti. Essendo essi "segni efficaci di
una realtà invisibile" questa non è oggetto di alcuna spiegazione
filosofica, ma solo di fede. La teologia si sforza di capire, dopo aver
emesso anch'essa un atto di fede nel mistero che tratta, il significato
che quei segni possono avere per noi, e conoscere quando i segni stessi
diventano veramente efficaci, produttori di grazia.
La teologia, studiando il mistero, non cerca evidenze
razionali per sottrarsi al dovere di credere. Non chiede: "è vero
quello che dice il Signore?", ma: "Signore, aiutaci a capire
meglio quello che ci dici."
La teologia è a servizio dei fratelli: non deve far da
padrona sulla fede, ma collaborare alla gioia dei credenti (cfr. 2Cor.
1,4) ed aiutare l’intelligenza ragionante a compiacersi anch’essa dei
misteri della fede.
"Un sacramento è formato da due elementi: uno è
il segno, esplicitazione del mistero, e l'altro è l'efficacia del segno,
che realizza quello che il segno significa."
Nota: Il Sacramento è formato da due elementi: il
segno esterno e la parola che lo accompagna. L'efficacia del segno non è
- come si dice qui - un elemento essenziale del Sacramento. Cioè, non è
il Segno, o la comprensione che di esso si ha, che rende efficace il
Sacramento - come afferma Carmen.
Da questo concetto i neocatecumenali partono
all'attacco della Comunione con l'ostia (uso in vigore all'inizio del
secolo IX) che data la forma, "sembra di carta".
Però si conclude che "anche in questo caso,
quanto all'efficacia il sacramento si realizza" (pag. 326).
In questa affermazione c'è una chiara contraddizione
con quanto Carmen stessa prima aveva affermato sul significato del segno
come elemento costitutivo del Sacramento. Se infatti il sacramento è
efficace comunque, anche con l'ostia che sembra carta, ciò significa che
l'efficacia del segno sta nelle parole del Ministro, e non nella
percezione del suo significato da parte di chi lo riceve. Ma questa
conclusione, anche se, logica non piace a Carmen. Ci ritorna alla fine
della pagina 326 appoggiandosi ad una frase di Farnes che fa un paragone
tra il cesto o il secchio usati per raccogliere la pioggia. "Questa
è sempre efficace, ma quell'efficacia col secchio rimane, col cesto
invece si perde". Il paragone però non è valido. Il secchio o il
cesto non è segno della pioggia che cade: può essere segno solo della
volontà, efficace o meno, di chi usa i diversi mezzi per raccoglierla. Il
Segno sacramentale del Battesimo (cioè l'acqua) che di natura sua poteva
indicare molte cose, ne indica invece un'altra di carattere completamente
diverso, anche se simile, perché soprannaturale. Questa indicazione è
data dalle parole (la forma) che usa il Ministro nell'utilizzare quel
segno.
Quell'acqua che poteva servire per dissetare,
innaffiare, rinfrescare ecc., viene utilizzata secondo il fine determinato
dal Ministro del Sacramento. Se colui che lo riceve è, poi, un secchio o
un cesto, certamente non sarà questo suo stato a determinare il valore
dell'atto, ma soltanto la fruttuosità nei suoi confronti (cfr. C.C.C. n°
1145 ss).
"La liturgia è piena di segni, perché da essi
non si può prescindere affinché la grazia si realizzi".
Nota: Il segno è richiesto perché Gesù l’ha usato
per trasmetterci il dono invisibile e spirituale della grazia. Ma questi
segni conferiscono la grazia soltanto se usati come Cristo li ha usati.
Così il pane e il vino nell'Eucaristia diventano segni di una realtà
soprannaturale solo quando sono trasformati dalle parole della
consacrazione. Ma questa realtà soprannaturale si percepisce solo con la
fede e non attraverso la visione del segno.
La Chiesa nella liturgia, affinché il sacramento,
fonte di grazia, si realizzi, (C.C.C. n° 1127-1128) non può prescindere
da quel segno assunto da Cristo (C.C.C. n° 1151-1152) e da Lei
riconosciuto.
Nell'Eucaristia il segno è quello del pane e del vino
e le parole sono quelle contenute nei testi liturgici. Gli altri segni
usati sia prima, sia dopo la consacrazione, non sono essenziali, ma solo
integranti.
"Si recuperano i segni: si comincia a comunicare
con il pane e non con un'ostia che non sembra più pane, si beve al
calice. Il Concilio Vaticano II ha stabilito che si recuperino i segni in
tutta la loro ricchezza di segni. Si recupera l'abbraccio di pace
nonostante ciò risulti difficilissimo alla gente dato che non siamo né
in assemblea né in comunità."
Nota: La Dottrina della Chiesa definisce quello che è
l'essenziale per il Sacramento: (la materia, la forma: (Decr. 887 e 884) e
il Ministro (Conc. Lat. 1215; Dc 430 - a24 e 961 - 949). I segni
che però danno la grazia sono quelli usati nei sacramenti della Chiesa.
Gli altri segni, anche se usati in celebrazioni liturgiche, sono soltanto
dei simboli adatti a stimolare o approfondire la conoscenza del mistero
che si sta celebrando. Questi non danno la grazia santificante.
Il ricupero dei segni non si ha ripetendoli soltanto,
ma comprendendone e vivendone il significato. Anche dopo la riforma del
Vaticano II troppi segni restano muti perché non è stata fatta una
catechesi adeguata.
"L'offertorio nella riforma ha perduto di
importanza, immaginate cosa significa per la gente togliere il poco a cui
partecipava."
Nota: Conosciamo bene l'importanza della riforma a cui
abbiamo dato l'approvazione fin dalla stesura della S.C. del Vaticano II.
Non approviamo tuttavia, quanti, in nome del Concilio, vogliono introdurre
abusi, o false interpretazioni.
Qui, nel testo, ce n'è una prima:
"non ci sarà una vera assemblea, se non
sorgeranno comunità che vivono dello Spirito per esultare in
Comunione". Cosa si vuole insinuare? Che saranno indispensabili le
Comunità neocatecumenali per attuare i dettami conciliari? Le altre non
contano?
La traduzione in lingua volgare, che non doveva
eliminare la lingua latina (S.C. 36,1), non risolve il problema della
comprensione dei riti, se mancherà una solida e continua catechesi.
L'Ostia tradizionale, ancora non è stata abolita dalla
Chiesa, ma dai neocatecumenali, molti anni prima di averne
l'autorizzazione! Anche per la Comunione al calice da questi non vengono
osservate le norme emanate in materia. Belli esempi di obbedienza
all'autorità della Chiesa!
L'offertorio nella riforma non ha perduto di
importanza, anzi ha assunto una maggiore solennità (vedi le Messe
papali), anche se è chiaro il suo significato teologico!
"Neppure c'è il Gloria ..."
Nota: Per i neocatecumenali il Gloria e il Credo non ci
sono mai nelle loro celebrazioni. Anche se il Gloria è entrato più tardi
nella liturgia, esso ha un’origine antichissima; ed è un inno con il
quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio
Padre e l’Agnello.
Ma per Carmen e Kiko il Gloria non ha senso perché
duplica, essi dicono, l’anafora. Anche se questa motivazione è portata
da alcuni liturgisti, si deve ricordare che le forme e i modi della
celebrazione sacramentale, solo la Chiesa gerarchica può disporli (C.C.C.
n° 1124, 1125 e 1126).
I neocatecumenali che si dichiarano figli obbedienti
della Chiesa di cui vogliono portare nel mondo l’insegnamento,
dimenticano i dettati del C.C.C. n° e del Vaticano II, S.C. n° 22-26.
Le uniche norme per loro valide sono quelle emanate da
Kiko!
A nostro avviso, trascurando la considerazione sul
tempo dell’introduzione del Gloria nella Messa, si può affermare che la
sua collocazione dopo il Kyrie e prima della "colletta",
costituisce un atto di riverenza e di amore verso la Santissima Trinità,
fonte del mistero che si sta celebrando.
Per il Credo identico è il comportamento dei N.C..
"Esso, affermano, viene dal tempo delle eresie; quando cominciarono
ad apparire eretici e apostati; prima di passare all’Eucaristia gli si
faceva confessare la loro fede".
La Chiesa oggi lo recita per suscitare nell’assemblea,
dopo l’ascolto della parola di Dio, una risposta di assenso e di
richiamo alla mente delle regole della fede, prima di incominciare la
celebrazione dell’Eucaristia. Ma anche qui Kiko si ritiene autorizzato a
disporre a suo piacimento della liturgia della Chiesa. Contro ogni
disposizione essi rifiutano la recita della formula
niceno-costantinopolitana, usando talvolta (come nella visita del Papa
alla comunità di Porto S. Giorgio) altre formule.
Dalla confessione di un ex-NC si apprende che la
mancata recita del Credo proviene da un’altra motivazione, e non da
quella di voler ritornare alle origini. Verso la fine del Credo, infatti,
si dice: "Credo la Chiesa, una santa, cattolica e apostolica".
Poiché i NC non ammettono la Chiesa gerarchica, non vogliono neppure
recitare una formula con la quale sarebbero costretti ad affermare la loro
fede in quella Chiesa in cui non credono. La motivazione diffusa tra gli
aderenti che essi non recitano il Credo "perché non ne sono
degni" è semplicemente ridicola! Il Credo è la formula antichissima
con la quale il Cristiano esprime la sua fede. E poiché la fede è una
risposta a Dio che si rivela, questa non sarà, né può esserlo, un atto
che il Cristiano non è degno di porre, anzi è la conseguenza logica e
doverosa della sua fede.
Dopo queste disposizioni kikiane, riguardanti la
celebrazione del mistero centrale della nostra fede, si pone la domanda:
"Come mai, tanti Vescovi e Sacerdoti permettono, da circa trenta
anni, una prassi liturgica contraria a quella della Chiesa; mentre
continuano a ripetere che le catechesi di Kiko sono un dono dello Spirito
Santo per la Chiesa del nostro tempo?"
Si deve concludere che certi pastori queste catechesi o
non le hanno mai lette oppure anch’essi, seppur tacitamente, le
approvano.
In entrambi i casi c’è da esclamare: "Signore,
pietà"!
Pag. 329 (2°, 4°, 5° e 6° capoverso)
Pag. 330 (2° e 3° capoverso) Pag. 331 (2° e 4°
capoverso)
"Dicevo che la Chiesa
primitiva non ha mai problemi sulla presenza reale. Se a San Pietro fosse
stato chiesto se Gesù Cristo sia presente nell'Eucaristia, si sarebbe
meravigliato, perché lui non si pone il problema. Per lui Cristo è una
realtà vivente che fa Pasqua e trascina la Chiesa. Non è questione di
briciole o cose di questo tipo; San Pietro si sarebbe scandalizzato molto
più del fatto che non c'è l'assemblea o che uno solo beve dal calice. E'
questione di sacramento, di assemblea."
"Cominciano le grandi
esposizioni del Santissimo, (prima mai esistite), perché la presenza era
in funzione della celebrazione eucaristica e non il contrario. Il pane e
il vino non sono fatti per essere esposti, perché vanno a male. Il pane e
il vino sono fatti per essere mangiati e bevuti."
"Io sempre dico ai
Sacramentini, che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo
avesse voluto l'Eucaristia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una
pietra che non va a male."
"Il pane è per il
banchetto, per condurci alla Pasqua. La presenza reale è sempre un mezzo
per condurci ad un fine, che è la Pasqua. Non è un assoluto, Gesù
Cristo è presente in funzione del mistero pasquale."
"La presenza di Gesù Cristo
è un'altra cosa. E' il carro di fuoco che viene a trasportarci verso la
gloria, a passarci dalla morte alla resurrezione, a farci veramente
entrare nella morte, che è molto diverso. L'Eucaristia è completamente
dinamica, ci mette in cammino. Noi l'abbiamo trasformata in qualcosa di
statico e manipolabile per noi. Pensate che è tanto vero quel che dico
che facciamo il ringraziamento dopo aver comunicato, mentre tutta
l'Eucaristia, come abbiamo visto, è azione di grazie."
"Tutti i valori di
adorazione e contemplazione, che non sono alieni alla celebrazione del
banchetto, sono stati tirati fuori dalla celebrazione come cose marginali.
L'adorazione al Santissimo, per es. ..."
Nota: A riguardo di questa ultima frase che sembra
escludere la presenza di Gesù al di fuori della celebrazione eucaristica
ci sia consentito riportare quanto scrive il Card. Ratzinger: "Si è
dimenticato che l’adorazione è un approfondimento della Comunione. Non
si tratta di una devozione "individualistica", ma della
prosecuzione o della preparazione del momento comunitario" (Messori,
Rapporto sulla Fede, pag. 157).
"Ma gli "archeologi" della liturgia
hanno da ridire su tutto quello che non c’era nella liturgia dei primi
secoli, non riconoscendo al "sensus fidei" del popolo cattolico
la possibilità di approfondire, di portare alla luce, secolo dopo secolo,
tutte le conseguenze del patrimonio che gli è stato affidato" (ivi).
Riportiamo inoltre da "Princìpi e norme" del
Messale Romano: "Il mistero della Presenza reale del Signore sotto le
specie eucaristiche, (oltre che essere esplicitamente affermato dal Vat.
II e da altri documenti del Magistero) è posto in luce "dal senso e
dall’espressione esterna di sommo rispetto e di adorazione di cui
è fatto oggetto nel corso della liturgia Eucaristica. Per lo stesso
motivo al Giovedì Santo e nella solennità del Corpo e Sangue del
Signore, il popolo cristiano è chiamato ad onorare in modo particolare
con l’adorazione questo ammirabile sacramento.
Si può concludere, molto amaramente, che:
1) I neocatecumenali (o meglio Kiko e Carmen) non
credono alla presenza reale di Cristo sotto le apparenze del pane e del
vino consacrati terminata la messa.
2) Non credono che questa presenza si estenda anche
ai frammenti ("le briciole") del pane.
3) Ne consegue che quanti credono nella presenza
reale dell'Eucaristia, terminata la Messa, a giudizio dei N.C. compiono
un atto di idolatria.
4) E poiché la "lex orandi" è una
dimostrazione della "lex credendi", e cioè, che la preghiera
della Chiesa dimostra la sua fede, si dovranno condannare, secondo
queste premesse, tutti coloro che promuovono il culto eucaristico, nelle
varie forme o manifestazioni, come XL ore, congressi eucaristici, ore di
adorazione, ecc. ecc.
5) Infine, l'affermazione in cui si dice "che se
Cristo avesse voluto l'Eucaristia per restare lì (= cioè nel
Tabernacolo) si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a
male", è un insulto a tutta la Chiesa, che incominciando dal Sommo
Pontefice ed abbracciando schiere numerose di Istituti religiosi, di
Santi, di Martiri, di Vescovi e Sacerdoti hanno fatto, nel corso dei
secoli, dell'adorazione eucaristica il centro della loro spiritualità e
del loro apostolato. Spiritualità questa che sostiene, anche oggi,
milioni di fedeli di ogni grado culturale e sociale.
Non è da meravigliarsi se da queste teorie, diffuse
nelle catechesi, nascono poi certi comportamenti comuni (dove più dove
meno) a tutti i gruppi neocatecumenali.
"L'adorazione e la contemplazione (é scritto nel
testo) sono specifiche della Pasqua, ma dentro la celebrazione, non come
cose staccate" (pag. 331).
Questa affermazione è conseguenza della convinzione
che la Presenza reale non esiste più terminata la celebrazione della
Messa. Ed i neocatecumenali sono logici all'insegnamento loro impartito.
Risulta da innumerevoli testimonianze che essi non fanno mai (con
eccezioni rarissime) alcun gesto di adorazione passando davanti al
Tabernacolo, né qualche visita al SS.mo. Lo stesso avviene il Giovedì
Santo, quando il SS.mo viene solennemente esposto dopo la celebrazione
della Messa in "Coena Domini".
Si aggiunga la trascuratezza verso i frammenti del pane
consacrato ("le briciole") che numerosi cadono per terra, sia
per il modo di confezionare il pane usato nella celebrazione, sia per
quello di passarselo reciprocamente. Questi frammenti, visibili anche ad
occhio non esperto, se caduti per terra, non sono raccolti ma calpestati e
trascurati come le briciole che cadono da una qualsiasi mensa.
Esistono a questo proposito documentazioni che vengono
da ogni parte oltre quelle viste personalmente insieme ad altri testimoni
avvenute nella Basilica di S. Giovanni in Laterano. Dopo certe
celebrazioni dei neo-catecumenali, pie persone hanno curato di raccogliere
- per poi inviare alle autorità del Vicariato - i frammenti che numerosi
erano caduti per terra e che venivano calpestati dai presenti, ma si è
cercato di impedirli.
I neo-catecumenali per difendersi dall'accusa di
profanazione affermano che sui frammenti rimasti dopo la celebrazione,
prima che vengano buttati come rifiuti comuni, un loro "ostiario o
ostiaria" recita una preghiera che li ... sconsacra!
Ad un sacerdote che si meravigliava per quanto si
faceva delle "briciole", un presbitero ha detto: "ma tu ci
credi ancora?".
Collegato a questa convinzione è l'atteggiamento da
essi tenuto dopo la S. Comunione. Il ringraziamento non si deve fare (pag.
330). A sostituirlo hanno introdotto una specie di danza
"biblica" fatta intorno al tavolo che è servito da mensa,
perché essi non celebrano mai su un altare consacrato, anche se si
radunano in chiese o basiliche, o sono presenti Vescovi o Cardinali.
Vale la pena riportare quanto scrive un teologo moderno
(Francois X. Durwell, l.c. pag. 128 e seg.): "Proprio perché la
Messa non è solo una azione della comunità, fatta di preghiere, di
canti, di partecipazione fraterna, la festa non si chiude appena finita la
Cena. Ma la Messa è la celebrazione dell'amicizia, anzitutto di quella di
Cristo. Ma né il suo Sacrificio, né la sua presenza, svaniscono dal
nostro mondo, ma entrano nel nostro del quale Cristo prende possesso
perché 'chi mangia la mia carne ... dimora in me ed io in lui' (Gv 6,56).
La grazia eucaristica è quella di una amicizia
identificante. Perché non attardarsi in questo incontro destinato a
divenire eterno? Perché non ritardare per qualche istante, la dispersione
nelle attività terrestri, affinché non proiettino il fedele fuori di
Cristo, ma si riempiano esse stesse di carità?
Dio fa comunione con l'uomo ... lo fa sedere al
banchetto della sua presenza reciproca: perché non goderlo per qualche
minuto? Egli ci ha permesso di avvicinarci alla fonte del seno aperto;
perché non bere ai fiumi dello Spirito (che da esso sgorgano)?
La comunione eucaristica coinvolge tutto quanto l'uomo,
... È nella stessa natura di questa Comunione l'essere accompagnata da
una certa esperienza di unione con Cristo. Questa esperienza - certo - è
vissuta nella fede, ma la fede non è il velo che nasconde il mistero, ne
è la rimozione incompleta....
Come pregare in azione di grazie?
Accogliendo amorosamente il Signore che viene e
offrendosi a Lui perché faccia in essi ciò che ama. Abbandonarsi
all'amore infinito non è umiliarsi. È sottomissione d'amore che risponde
al dono d'amore di Dio diventato nostro cibo, dato nelle nostre
mani." (Durrwel op.c.).
Agli atteggiamenti sopra accennati dei neocatecumenali,
si deve aggiungere l'arbitrio ormai dilagante di disporre a piacimento dei
riti della messa; tralasciando ciò che non piace o cambiando come a loro
piace: l'aggiunta di modifiche, preghiere, interventi, proibiti
dall'autorità della Chiesa che è l'unica competente nel regolare S.
Liturgia (S.C. 22,1-2-3; 23) per cui spesso la Messa diventa uno show
accompagnato da chitarre, danze, abbracci e baci!
"Carmen vi ha spiegato come le idee sacrificali,
che Israele aveva sublimato, si introdussero di nuovo nella Eucaristia
cristiana. Forse che Dio ha bisogno del Sangue del Suo Figlio, del suo
sacrificio per placarsi? Ma che razza di Dio abbiamo fatto? Siamo arrivati
a pensare che Dio placava la sua ira nel sacrificio di Suo Figlio alla
maniera degli dèi pagani. Per questo gli atei dicevano: Che tipo di Dio
sarà quello che riversa la sua ira contro Suo Figlio nella croce? ... E
chi poteva rispondere? ..."
Nota: Kiko conferma ancora una volta la sua adesione
alle idee eretiche di Carmen, per la quale il concetto di Sacrificio è
stato introdotto dalla Chiesa mutuandolo in parte dal concetto che se ne
aveva nel Vecchio Testamento, in alcuni momenti della storia del popolo
eletto, senza tener conto del vero concetto che i profeti più volte
avevano richiamato.
E prosegue: "a queste deformazioni è arrivata la
teologia nella Chiesa a causa delle razionalizzazioni
sull'Eucaristia!" e con questo, conferma di non riconoscere il
carattere sacrificale della Morte di Cristo. Lapidario è, infine, il suo
giudizio sulla teologia di grandi mistici, e di grandi e santi teologi:
"Tutta una deformazione" della verità? S. Tommaso, S.
Bonaventura, S. Teresa di Gesù, S. Alberto Magno, S. Caterina da Siena,
S. Giovanni della Croce, S. Ignazio, S. Francesco d'Assisi, S. Antonio da
Padova, S. Bellarmino ecc. ecc. Kiko li mette tra i "deformatori
della verità"!
È paurosa questa ignoranza della teologia cattolica!
Dove troveranno la verità quelli che la cercano
appassionatamente, non potendo essi rivolgersi più alla dottrina e al
Magistero della Chiesa? Logicamente la risposta dei N.C. è: in Kiko!
"... Lo Spirito Santo ha permesso che apparissero
questi rivestimenti in determinate circostanze storiche perché era
necessario; in un certo momento, per esempio, fu necessario insistere
contro i protestanti sulla presenza reale."
Nota: Iniziando dall'ultimo capoverso della pagina 333,
Kiko, afferma che quanto precedentemente aveva chiamato "un macello
nella storia della Chiesa", non è un fatto negativo, perché
"in certe circostanze, alcuni di questi cambiamenti erano
necessari". Ma se egli già sapeva che il fatto in sé non era
negativo perché mettere tanto impegno nel criticare, ridicolizzare quanto
veniva fatto in quelle epoche, se poi "quei cambiamenti erano
necessari"?
Si cerca, forse, con questo metodo di screditare la
visione di una Chiesa, per valorizzarne un'altra: quella post-Conciliare
o, peggio, quella che sogna Kiko?
Ma nonostante l'inciso di cui sopra, si continua a
parlare di idee sacrificali che la Chiesa ha introdotto (perché prima non
l'aveva?) sotto la pressione di particolari eventi storici.
Lo stesso è avvenuto, si dice, in altri settori (anche
se meno importanti): così per le offerte durante la Messa. Anche
l'Omelia, che oggi finalmente si può ascoltare, perché prima non c'era,
come il gesto di pace, così per il pane che sembrava un pezzo di carta,
potersi accostare al calice al quale beveva solo il sacerdote ecc. ecc.
Tutte queste sono le stupende novità che egli
promette, dimenticando però che l'Omelia c'è sempre stata, (vedi
Giustino e Concilio di Trento), e rinnegando nuovamente e le decisioni
date dal Magistero nel corso dei secoli e la validità dei cambiamenti che
aveva accettato come necessari per quei tempi. L'amore alla Chiesa
dovrebbe coniugarsi con l'amore alla verità e alla logicità!
"Celebreremo l'Eucaristia questa notte, sabato.
Gesù Cristo risuscitò nella notte tra il sabato e la domenica. ... I
cristiani si riunivano il sabato notte, in seguito si passò alla domenica
mattina. Per questo il Concilio ha cominciato a lasciar celebrare
l'eucaristia il sabato notte. ... La Chiesa ha posto l'Eucaristia il
sabato sera perché è molto più segno. Il sabato ha molto più senso
festivo, la domenica la festa è già finita. ..."
Nota: La riforma liturgica ha posto al sabato notte
solo la celebrazione della Veglia Pasquale e non la Messa di tutte le
domeniche.
Per Kiko, come ripete in altre parti, anche la notte
nella quale si celebra l'Eucaristia, fa parte del Sacramento. Per questo
motivo le celebrazioni neocatecumenali sono sempre tra la notte del Sabato
e la Domenica. Il Sabato infatti si dice, ha un senso più festivo della
Domenica. (Sembra di leggere Leopardi!).
Siamo sull'orlo dell'assurdo e del ridicolo! Ma è un
assurdo, che piano piano si sta radicando nella mentalità e nella pratica
di tanti semplici neocatecumenali, che non credono più al valore di una
Messa celebrata di giorno, anche se questo è la Domenica.
"A pensarci bene lo spostamento della celebrazione
della Messa alla notte tra il Sabato e la Domenica, sembra essere un
tentativo simile a quello protestante di progressivo slittamento all’indietro,
di un ritorno al monolitico Jahvé, mentre il Dio Trinitario rischia di
scolorire." (Messori: Sfida della fede, pag. 238-239).
Da questo spostamento ne segue che la Domenica, per i
N.C., è soltanto il giorno dell’incontro, della convivenza, dell’esposizione
delle proprie esperienze, e non più il giorno dell’incontro con Dio: il
giorno del Signore.
In qualche parrocchia, i N.C. sono capaci di
partecipano raramente alla Messa domenicale.
Per fortuna molti Vescovi italiani, tra cui quattro
Cardinali, hanno preso posizione contro questa pratica della messa
notturna dei N.C. Si confronti anche quanto a più riprese ha scritto il
liturgista P. Rinaldo Falsini, su "Vita Pastorale" in alcuni
numeri del 1996 e 1997!
----- ----- -----
ooOoo -----
----- -----
A questo punto, come indicato, riportiamo la nota
conclusiva del testo "UN SEGRETO SVELATO":
CONCLUSIONE
Come le note hanno certamente evidenziato, l'esame
accurato del testo "orientamenti" di cui ci siamo limitati a
riportare i passi più significativi, ci ha portato a concludere che il
Movimento Neocatecumenale fonda la sua Catechesi nella negazione di alcune
verità fondamentali della fede. Esse comprendono: il Magistero della
Chiesa; i Sacramenti, specialmente della Penitenza e dell'Eucaristia; il
valore sacrificale della Messa; la presenza reale di Gesù dopo la
celebrazione eucaristica; il valore redentivo della morte in croce di
Cristo; la distinzione tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune.
Altri errori, non meno gravi, riguardano la grazia, la libertà, il
peccato.
Anche se tra gli aspetti positivi riconosciuti
comunemente, c'è quello di un riaccostamento alla Parola di Dio, questo
viene gravemente vanificato dal metodo interpretativo della medesima, che
non è sempre rispettoso oltre che delle verità fondamentali, a cui sopra
abbiamo accennato, anche delle norme dell'esegesi e dell'insegnamento del
Magistero. Sussiste invece un massimalismo tenace, per il quale gli
aderenti al Movimento vengono assimilati ai "Testimoni di
Geova".
Dal testo risulta inoltre che il Cammino sarà
lungo. Infatti gli anni della sua durata sono andati gradatamente
crescendo: da 7 a 15, a 20! Si ha così un lungo periodo in cui centinaia
di cristiani rimangono inutilizzati per ogni attività pastorale,
("sono messi in frigorifero", come si esprimeva un Ecc.mo
Arcivescovo).
Durante questo periodo essi vengono inesorabilmente
plagiati, attraverso numerosissime adunanze-catechesi svolte la maggior
parte in ore notturne, quando diminuiscono le resistenze psico-fisiche del
soggetto.
Si usano anche riti, gesti, simbolismi, espressioni
adatte ad influenzare l'intelligenza, la volontà e la psiche dei
partecipanti, ai quali, ad un certo punto, si arriva a far compiere azioni
ed assumere comportamenti che la fede cristiana non impone a nessuno come
condizione assoluta per la salvezza. Si giunge così a distruggere
personalità, libertà, onorabilità, legami familiari e sociali.
Tra i motivi del consenso che accompagna il Movimento,
oltre al profondo desiderio di Dio nel cuore umano al quale il movimento
dà una sua risposta, oltre alla approvazione, talvolta entusiasta, data
da una parte del clero, oltre al clima di socialità ed amicizia che si
instaura nel gruppo, ne viene apertamente avanzato un altro: "il
denaro". Si dice infatti che i milioni, anzi i miliardi, raccolti tra
gli aderenti con modalità discutibilissime, dopo aver preso la
destinazione del sostegno delle opere del Movimento prendono anche altre
vie... sulle quali non vogliamo pronunciarci.
Con il nostro lavoro non abbiamo inteso condannare le
singole persone che sono nel Movimento. Moltissime sono in buona fede e
incapaci di controbattere gli errori contenuti nella catechesi loro
impartita! Ma si può pensare che la stessa buona fede esista anche nei
sacerdoti, che dopo i lunghi anni di studio della teologia hanno ricevuto,
con il sacramento dell'Ordine, la missione di essere le guide del popolo
di Dio, i Maestri della Verità per le anime affidate alle loro cure?
Com'è possibile che questi ministri del Signore che per anni hanno
partecipato a tutto lo svolgimento del cammino N.C., non siano riusciti a
vedere o capire quello che tanti fedeli stanno da tempo dolorosamente
constatando e denunziando?
Siamo lieti, nel constatare che alcune delle idee
espresse in questo lavoro, pubblicato in edizione dattiloscritta fin dal
1990, siano condivise da molti illustri membri dell’Episcopato e del
clero italiano. Ciò risulta dalla nota pastorale pubblicata dalla
Conferenza Episcopale Pugliese (1/12/1996); dalla lettera di Mons. NONIS,
Vescovo di Vicenza (18/12/1996); dai decreti del Card. SALDARINI,
Arcivescovo di Torino (17/5/1995); dagli interventi del Card. PIOVANELLI
(25/3/1995); da quelli del Vescovi di Palermo, Card. PAPPALARDO
(22/2/1996); dal Vescovo di Foligno, Mons BERTOLDO (1/8/1995); dal Card.
BIFFI di Bologna (31/3/1996). Inoltre è opportuno ricordare gli
interventi dei Vescovi piemontesi nel 1981; del Vescovo di Brescia, Mons.
FORESTI nel 1986; del Vescovo di Novara nell’agosto del 1987 e della
Commissione Episcopale Umbra (2/3/1986).
Col nostro lavoro non intendiamo suggerire ai nostri
pastori un particolare comportamento nei riguardi dei fratelli
neocatecumenali. A norma del Vaticano II (P.O. 7) e delle leggi della
Chiesa (C.J.C. c. 305), ci siamo proposti di dare, col nostro modesto
lavoro, un contributo alla conoscenza della verità. Lo abbiamo fatto non
guidati da preconcetti, ma stimolati da dolorose esperienze di molti che,
invece di incontrare il Signore, si sono ritrovati, a causa del Movimento
N.C., lontani da Cristo e dalla sua Chiesa.
Lo abbiamo fatto perché desideriamo che i nostri
confratelli sacerdoti, per la missione ricevuta da Cristo, possano
correggere gli errori che serpeggiano nel popolo di Dio. Lo abbiamo fatto
anche per aiutare i carissimi fratelli neocatecumenali a crescere in una
fede genuina ed in una carità autentica e universale. Solo così essi
diventeranno quello che affermano già di essere, e che noi pure
sinceramente desideriamo: un dono dello Spirito Santo per la Chiesa dei
nostri tempi.
----- ----- -----
ooOoo -----
----- -----
Nessun commento:
Posta un commento